Non è facile mostrarci per quello che siamo, avvicinarci agli altri e lasciarli avvicinare a noi. Ognuno di noi, nel complesso equilibrio della vita, di volta in volta regola i suoi movimenti e trova le sue soluzioni, a volte soddisfacenti, altre volte meno.
Vivian Maier, grandissima fotografa, scoperta solo dopo la sua morte, sembra aver trovato la sua, sebbene “paradossale”. Del resto, “paradossale” è il primo aggettivo con cui viene definita nel documentario.
Perchè una donna con un grande talento artistico, e oltretutto consapevole di possederlo, ha fatto la bambinaia e la donna di servizio, scattando, per tutta la vita, una quantità immensa di fotografie per poi tenerle segrete?
“Alla ricerca di Vivian Maier” cerca di dare delle risposte a queste domande. Faceva la bambinaia perché questo le permetteva di passare del tempo all’aperto per scattare le sue foto? Lo faceva per avere un lavoro che le desse un alloggio e del tempo libero per fotografare?
L’idea che mi sono fatta vedendo il documentario, e non sapendo nient’altro su di lei, è che Vivian facesse la bambinaia per lo stesso motivo per cui scattava fotografie, cioè che potesse permettersi di vivere il suo rapporto con gli altri solo attraverso un filtro di protezione: o l’obiettivo di una macchina fotografica o il ruolo della bambinaia. Fare la bambinaia, forse, le permetteva di vivere in una famiglia, quasi come fosse sua, ma mantenendo una distanza di sicurezza da coinvolgimenti troppo profondi, con la possibilità di chiudere a chiave non solo la porta della sua camera, ma anche le stanze del suo cuore.
Come sembra essersi definita lei stessa, Vivian sembra essere una spia, una che spia il mondo attraverso le sue fotografie, una che spia la vita degli altri, una che teme di esser spiata, che possiede molti lati oscuri e che probabilmente ha imparato a difendersi dagli altri, che se si avvicinano possono anche fare troppo male.
Alla fine del documentario mi è rimasta un po’ di amarezza per questa donna che sembra non aver potuto condividere con nessuno gli aspetti più profondi e privati di sé, che abbiamo la possibilità di intuire attraverso le sue opere. Ma l’amarezza è possibile che ci sia solo in chi guarda la sua vita dal di fuori. Il documentario, alla fine, suggerisce che Vivian ha avuto la vita che ha voluto. Non so se abbia avuto la vita che ha voluto, ma certamente, come tutti noi facciamo, Vivian ha trovato il suo modo di stare al mondo, e il suo modo di stare al mondo le ha permesso di entrare in rapporto con gli altri, anche se attraverso un “filtro”, e di coltivare la sua arte, proprio attraverso un “filtro”.





