Attenzione: contiene spoiler!
Può un viaggio cambiare la vita? Certamente non sempre, ma è quello che accade nel viaggio raccontato nel film “I diari della motocicletta”. Si tratta del viaggio (vero) che, nel 1952, i giovani Ernesto (Guevara de la Serna, quando ancora non era Che Guevara, ma uno studente di medicina) e Alberto (Granado, giovane biochimico e suo amico fraterno, ancora vivo all’epoca della produzione del film) condussero percorrendo l’America latina, partendo in moto e poi proseguendo a piedi e con mezzi di fortuna.
Il film non ha nulla a che vedere con la figura “politica” di Che Guevara, ma mostra come quei 6 mesi (che avrebbero dovuto essere 4) di esplorazione del “continente latino-americano fino ad ora conosciuto solo attraverso i libri”, conclusi con alcune settimane di servizio presso il lebbrosario di San Paolo, abbiano cambiato in modo definito le vite dei due ragazzi.
Ma…basta un viaggio per cambiare? Basta vedere realtà nuove e diverse? Non credo. Analizzando il viaggio raccontato nel film, mi sembra di poter identificare almeno tre elementi caratteristici del processo di cambiamento.
Il primo elemento è la perdita. Cambiare vuol dire certamente guadagnare qualcosa, ma vuol dire anche confrontarsi con l’esperienza della perdita. Oltre alla spensieratezza dei vent’anni, che i due protagonisti abbandonano piano piano, Alberto perde la sua amata motocicletta, ironicamente soprannominata “la poderosa”, e Ernesto perde la fidanzata, che lo lascia con una lettera. Poco dopo aver ricevuto la lettera della ragazza, avverrà un incontro con dei minatori che sembra decisivo nell’innescare il processo di cambiamento interiore di Ernesto (“dalla visita alla miniera abbiamo la sensazione che il mondo stia cambiando o siamo noi…”). La mia impressione è però che quell’incontro abbia potuto incidere su di lui proprio grazie ad una disponibilità innescata in lui dall’accettazione dell’esperienza della perdita.
Il secondo elemento è la riflessione, o meglio, la disponibilità a riflettere su quanto accade. Durante il viaggio, entrambi i ragazzi scrivono. Attraverso i diari e le lettere di quel viaggio, i due giovani sembrano darsi concretamente la possibilità di pensare ed elaborare quello che vivono attraverso gli incontri con i luoghi e le persone, invece di farsi semplicemente attraversare dall’esperienza.
Il terzo è l’apertura al nuovo, con l’accettazione dello smarrimento che comporta. Il desiderio dell’incontro con la novità caratterizza i due ragazzi fin dalla partenza, anzi dalla programmazione del viaggio. Durante il viaggio però la novità non sarà più solo qualcosa da incontrare, ma qualcosa che entrerà a far parte di loro e che si tradurrà, per entrambi, in importanti scelte di cambiamento.
Anche quando è accompagnato dalla consapevolezza, è scelto in prima persona e rappresenta un momento di crescita, il cambiamento non è mai privo della quota di dolore che lo accompagna. Può trattarsi di perdere qualcosa o qualcuno, ma anche, a volte, una parte di sé o un proprio modo di essere. Con le parole di Ernesto: “quel vagare senza meta tra la nostra maiuscola America mi ha cambiato più di quanto credessi, io non sono più io, perlomeno non si tratta dello stesso io interiore”.
Accettare di confrontarsi con la perdita, senza rincorrere quello che non c’è più, consente però di aprirsi al futuro e di guadagnare uno sguardo nuovo su di sé e sul mondo.





