Attenzione: contiene spoiler!
Mettersi nei panni di qualcun altro…Quante volte ci abbiamo provato? Quante volte l’abbiamo desiderato? Quante volte ci è servito a capire che, tutto sommato, forse non ne valeva la pena? Quante volte ci è servito a capire meglio qualcuno?
Nel film “Il mondo di Arthur Newman” Wallace Every (Colin Firth) non si limita a pensarlo, ma si mette per davvero nei panni di qualcun altro. Dapprima finge di essere proprio l’Arthur Newman che dà il titolo al film e poi, di volta in volta, finge di vivere la vita di alcuni sconosciuti. Paradossalmente, sarà proprio questo percorso che gli permetterà di conoscersi meglio e di riappropriarsi dei suoi panni e della sua vita.
Il film comincia con Wallace che invece di vivere la sua vita la guarda da lontano, Wallace che spia col binocolo il figlio che non vive più con lui, Wallace che vive con una compagna con la quale non riesce a coinvolgersi profondamente e dalla quale tiene una rassicurante “distanza di sicurezza” emotiva.
E’ solo quando inizia a fingere di essere Arthur Newman che Wallace sembra cominciare a concedersi di vivere davvero. Arthur Newman se l’era inventato qualche tempo prima, proprio nel momento in cui la vita sembrava avergli offerto una possibilità, o meglio, nel momento in cui, grazie ad una “promessa” da parte di un uomo conosciuto sui campi da golf, lui stesso si era dato la possibilità di poter pensare a una vita più sua. Ed ecco che, qualche tempo più tardi, Wallace, ex promessa del golf che ha mancato per un soffio una carriera da professionista, mette in scena la propria scomparsa e fa ricomparire Arthur Newman, inesistente campione e maestro di golf.
Ed è così che, fingendosi qualcun altro, Wallace comincia a concedersi di entrare in contatto con le parti più profonde di sé. E, di pari passo, comincia a concedersi di avvicinarsi veramente a qualcuno. Wallace, l’uomo che non riesce a parlare con suo figlio e con la sua compagna, si avvicina senza riserve a degli sconosciuti, salva la vita a Mike (Emily Blunt) e si fa carico di lei, e, unico tra i presenti, tenta di salvare un uomo che ha avuto un malore su un autobus.
Insieme a Mike, anche lei in fuga dalla propria vita, e anche lei sotto falsa identità, comincia a entrare nelle case di sconosciuti, a mettersi i loro vestiti e a fingere, per qualche ora, di non essere se stesso. E così, proteggendosi illusoriamente da se stessi e dal coinvolgimento che comincia a legarli, Wallace e Mike si trovano invece sempre più uniti l’uno all’altra e si permettono di entrare in contatto con i propri desideri, le proprie emozioni e le proprie paure. E il contatto con se stessi, sostenuto dal legame che hanno creato, sarà accompagnato da un ritorno alle proprie vite, con Wallace che prova, forse per la prima volta, ad avvicinarsi veramente al figlio che ama, e Mike che torna dalla sorella ricoverata in un istituto psichiatrico, affrontando la paura di essere se stessa.
Ho apprezzato molto “Il mondo di Arthur Newman” per il percorso che fanno i personaggi durante il film. Da un’iniziale idea per cui la vita sembra essere sempre altrove, si assiste a un progressivo disvelamento di quello che pare stare sotto a questa idea, e cioè la paura di esserci davvero nella propria vita, con le proprie emozioni, i propri coinvolgimenti, ma anche i propri fallimenti e le proprie insicurezze. Wallace e Mike, insieme, dopo essersi difesi dalle proprie esistenze attraverso quelle degli altri, riescono a reggere questa paura e a provare a ributtarsi nella loro vita, che questa volta non è più da un’altra parte.





