Alcuni anziani inglesi, tra loro sconosciuti, decidono di trascorrere in un hotel in India gli ultimi anni delle proprie vite. Il gruppo è composto da una vedova rimasta senza soldi, da un’anziana sola che deve essere operata a una gamba, da un giudice in pensione, da una coppia che non può più permettersi una casa in Inghilterra, da un uomo e una donna che cercano l’anima gemella.
Se aggiungiamo poi che l’hotel non è minimamente rispondente alle foto pubblicate su internet e non gode di tutti i comfort promessi, quelle raccontate in “Marigold Hotel” potrebbero essere vicende di tristezza e solitudine. Il film racconta invece la storia di un viaggio che, intrapreso con la consapevolezza di avvicinarsi alla fine, si trasforma per quasi tutti in un nuovo inizio.
Come capita spesso anche nella realtà, la capacità dei personaggi di rinnovarsi e accogliere, pur dentro gli imprevisti, le opportunità che la vita offre loro è favorita almeno da due elementi.
Il primo elemento (facilitante, anche se non indispensabile) è la condivisione dell’esperienza. Come accade ai protagonisti del film, che condividono la stessa fase della vita ma anche la “sventura” dell’hotel diroccato, anche per noi è spesso più semplice accettare le sfide che la vita ci mette davanti se siamo sostenuti e accompagnati e, a volte, vivere una stessa esperienza può aiutare le persone a sentirsi più vicine e a sostenersi maggiormente.
Il secondo elemento è il coraggio di confrontarsi con il passato, non solo con i successi e le gioie, ma anche con le delusioni, le sofferenze, i rimpianti. Contrariamente a quello che a volte si pensa, cioè che per ricominciare sia necessario dimenticare o ignorare il passato, è solo a seguito dell’aver ripercorso la propria vita che alcuni dei protagonisti riescono a riannodare i fili delle loro storie. Fare pace con le proprie scelte, comprese quelle di cui si sono poi pentiti, aiuta i nostri personaggi a guadagnare una serenità mai avuta e a trovare le energie per dare un nuovo senso al futuro, lungo o breve che sia.
Inoltre, come spesso accade anche realmente, il rinnovarsi diventa quasi “contagioso”, cioè finisce per generare delle dinamiche che innescano, anche in altri, processi di cambiamento.
A volte non importa quanto è il tempo che resta, ma come si sceglie di impiegarlo. E anche all’avvicinarsi della fine è possibile dare un nuovo inizio alla propria vita.





